E'ancora viva la
convinzione secondo la quale gli Asburgo, da Maria Teresa a
Francesco Giuseppe, avrebbero governato con saggezza ed
efficienza | |
FELIX AUSTRIA: IMPERO DI
BENGODI O AVIDA GABELLIERA ? | |
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Felix
Austria. Il mito della saggezza e della
efficienza con la quale gli Asburgo amministravano il loro
grande impero (che inglobava anche il Lombardo Veneto). Ma i
miti, per lo storico, per chi voglia osservarli
analiticamente, valgono per l'utilizzo che se ne fa, molto di
più per quanto dicono di come stavano le cose effettivamente.
Nel post-fascismo dicevano si stava meglio quando si stava
peggio, una frase che non ritraeva certamente quella che
era stata la realtà della dittatura mussoliniana. Da
questo punto i vista il mito della buona amministrazione
asburgica svolge una funzione precisa, oltre a quella di
soddisfare certi sentimenti nostalgici che esistono sempre,
legati ai ricordi di gioventù, ma la funzione storica precisa
che svolgono è questa: la Lombardia entra in un nuovo nesso
statale (lo stato Sabaudo), che mette insieme realtà
geografiche
molto
diverse. C'è sicuramente una forte spinta ideale e ci sono
anche degli interessi che premono verso l'integrazione in
questa compagine ma c'è anche la opportunità e la necessità di
negoziare questo ingresso, di dire "noi lombardi vogliamo
delle cose, vogliamo entrare in questa nuova famiglia ma..." .
I primi parlamenti unitari sono parlamenti che in qualche modo
ancora più che rispondere a logiche di partito, abbastanza
labili a quel tempo, rispondono a logiche regionali: c'è la
delegazione lombarda, la toscana, napoletana. Il mito
della buona amministrazione asburgica entra un po' in questo
gioco. Serve ai lombardi a rivendicare la propria storia, a
indicare che questa storia aveva avuto dei punti alti e che li
intitolava a richiedere, nella nuova compagine statale dei
vantaggi, un trattamento o di favore o comunque non di
sfavore, un trattamento migliorativo rispetto ai tempi
precedenti. Trattamento sul quale, soprattutto agli inizi,
furono abbastanza frustrati. L'importanza di questo mito
della buona amministrazione asburgica va vista soprattutto in
questo senso. La realtà è un'altra cosa. La realtà è molto più
complicata, più sfaccettata, che non si lascia risolvere nel
mito, che lo storico ricostruisce con diverse articolazioni,
con diverse sfumature, sulla base dei documenti, dei fatti.
Felix Austria, dunque. "Quelli
erano tempi!", si diceva. E si dice ancora. La saggezza della
grande Maria Teresa, salita al trono nel 1740, a ventitrè
anni, aveva aperto la strada all'Aufklärung,
l'illuminismo, aveva dato alla gente la Gemütlichkeit,
la serenità. Ressl, come la chiamavano gli amici e i suoi
cari, era una donna pia e gentile ma di ferro. Bloccato
l'aggressivo Federico di Prussia che puntava a rosicchiarle il
regno pezzo dopo pezzo, si era messa a al lavoro per avviare
l'Austria sulla strada del futuro. Voleva farne uno Stato
forte ma pacifico, ben amministrato, ed era particolarmente
attenta alla politica culurale (fu lei a dar vita
all'università di Pavia). Poi venne Francesco Giuseppe (chi
non ricorda l'immagine severa ma rassicurante del vecchio
patriarca?) e continuò quel buongoverno che si estendeva
dall'Austria all'Ungheria, dalla Boemia al Lombardo-Veneto.
Quel buongoverno è ancora un mito. Ne parlano non pochi
testi di storia e diverse biografie degli Asburgo. A Trieste,
città allora particolarmente legata a Vienna economicamente e
culturalmente (la psicanalisi, nata nella capitale austriaca,
è entrata in Italia dopo essere stata scoperta dalla
psichiatria e dalla letteratura triestine) i vecchi
"austriacanti" borbottavano, dopo aver sperimentato la nuova
amministrazione italiana, "co' jera Austria, assai mejo se
stava!". A Cormons, nel Goriziano, ancor oggi c'è l'annuale
raduno che raccoglie, sotto le bandiere con l'aquila bicipite,
i nostalgici della Felix Austria: ci sono i bisnonni
che portano ancora la barba a scopettoni come Cecco
Beppe (nomignolo affettuoso o sprezzante, a seconda dei
casi), i loro figli con i figli dei figli che mandano al cielo
baritonali prosit e jodeln in onore dei sovrani
della Gemütlichkeit. Ma c'è del vero dietro questo
mito della buona amministrazione asburgica? Perchè, se
nell'impero tutto era rose e fiori, ci furono le Cinque
Giornate di Milano? Perchè, dopo la liquidazione del Regno
Italico e la Restaurazione delle monarchie precedenti l'era
napoleonica (1816) a poco a poco erano cominciati i mugugni
antiasburgici, le predicazioni federalistico-autonomistiche di
Carlo Cattaneo e le invettive di Cesare Correnti contro
Vienna ladrona che lui accusava di vampireggiare
fiscalmente il Lombardo Veneto? Torniamo indietro di
centocinquant'anni facendoci accompagnare da Fabio Rugge,
professore ordinario di storia dell'amministrazione pubblica
presso la facoltà di scienze politiche dell'università di
Pavia e membro del Comitato scientifico dell'Istituto per la
scienza dell'amministrazione pubblica. Facciamo il
punto della situazione, professor Rugge: vediamo cos'è
accaduto dopo quel fatidico 1816 e su cosa si fonda, o non si
fonda, questo mito del buongoverno asburgico? "La
realtà, dalla quale proviene la genesi delle Cinque giornate,
quella realtà che comincia, dopo la fine dell'impero
napoleonico con la Restaurazione
delle
dinastie monarchiche precedenti, è fatta di luci e ombre. Con
il ritorno degli Asburgo a Milano inizia un clima di attesa.
Attesa di un ritorno all'ordine delle cose che durante il
periodo napoleonico era stato profondamente scosso soprattutto
dallo sgretolamento del sistema feudale. La nobiltà e la
possidenza terriera hanno già messo in bilancio la
restituzione dei vari previlegi che spettano loro da
secoli..." Fu così? "In parte. Gli Asburgo
organizzarono un sistema amministrativo che teneva conto della
modernizzazione realizzata da Napoleone. Dal regno
Lombardo-Veneto, che faceva capo al Vicerè e al Governatore,
l'amministrazione era distribuita, a scendere, fra le
delegazioni (istituzioni simili alle provincie) e i distretti,
ai quali facevano capo i commissari. Gli input di questa
catena gerarchica partivano ovviamente da Vienna per quanto
riguardava i problemi di importanza generale e la politica
dell'impero. Ma accanto a questa 'ossatura' Francesco Giuseppe
aveva voluto creare degli organi rappresentativi, le
Congregazioni, che accolsero soprattutto la nobiltà e la
possidenza permettendo quindi una partecipazione al governo
dello Stato". Mi sembra che l'istituzione di queste
Congregazioni, anche se dominate dalle classi più
previlegiate, siano tutto sommato un esempio di buongoverno o
per lo meno di un piccolo passo avanti nell'evoluzione
democratica... "Si può dire. Ma queste istituzioni
erano incrinate da due difetti. Primo, la tendenza
conservatrice della nobiltà e della possidenza, che portava le
Congregazioni a scontrarsi e a bloccare il lavoro di
modernizzazione della catena gerarchica facente capo a Vienna;
secondo, alla base di questo sistema c'erano le comunità,
ossia dei comuni piccoli e medi, i Convocati (un'istituzione
voluta dall'imperatrice Maria Teresa) che vedevano tutti i
cittadini comuni, purchè iscritti nel registro delle tasse,
votare in assemblea per l'elezione del governo locale... una
forma di democrazia diretta ben più avanzata di quella portata
poi dal regno sabaudo, ma che nobiltà e possidenza considerava
eccessiva e opprimente per i proprii interessi. Tant'è vero
che il sistema ebbe una correzione nel 1835. Nobili e
possidenti si sentivano 'schiacciati' da queste assemblee di
popolani nullatenenti o quasi, e perciò il governo allargato
votato dagli elettori venne trasformato di punto in bianco in
un Consiglio ristretto". Veniamo alle accuse di Cesare
Correnti, a "Vienna ladrona". "Un'osservazione
preliminare. La Lombardia era sicuramente la parte dell'impero
più ricca e come tale versava un monte-tasse decisamente
maggiore delle altre regioni dell'impero. Ma, attenzione, era
anche quella che riceveva di più: diciamo che grosso modo la
metà di quello che Milano pagava a Vienna veniva restituito
per il reinvestimento in loco (opere pubbliche, potenziamento
delle iniziative imprenditoriali e via dicendo). E' d'obbligo
una precisazione conclusiva: sulla questione fiscale si deve
tener presente che le Congregazioni, ossia nobiltà e
possidenti terrieri, tendevano a scaricare il peso della
tassazione sulle imposte dirette, cioè sul popolo,
alleggerendo il più possibile l'esborso che riguardava le
fasce a grande reddito". E alla piccola gente si faceva
pensare che la ladrona fosse Vienna!
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