Numero 67 - Maggio 2002
E'ancora viva la convinzione secondo la quale gli Asburgo, da Maria Teresa
a Francesco Giuseppe, avrebbero governato con saggezza ed efficienza
FELIX AUSTRIA: IMPERO DI BENGODI
O AVIDA GABELLIERA ?
di FRANCO GIANOLA
Felix Austria. Il mito della saggezza e della efficienza con la quale gli Asburgo amministravano il loro grande impero (che inglobava anche il Lombardo Veneto). Ma i miti, per lo storico, per chi voglia osservarli analiticamente, valgono per l'utilizzo che se ne fa, molto di più per quanto dicono di come stavano le cose effettivamente. Nel post-fascismo dicevano si stava meglio quando si stava peggio, una frase che non ritraeva certamente quella che era stata la realtà della dittatura mussoliniana.
Da questo punto i vista il mito della buona amministrazione asburgica svolge una funzione precisa, oltre a quella di soddisfare certi sentimenti nostalgici che esistono sempre, legati ai ricordi di gioventù, ma la funzione storica precisa che svolgono è questa: la Lombardia entra in un nuovo nesso statale (lo stato Sabaudo), che mette insieme realtà geografiche
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Maria Teresa, imperatrice d'Austria
molto diverse. C'è sicuramente una forte spinta ideale e ci sono anche degli interessi che premono verso l'integrazione in questa compagine ma c'è anche la opportunità e la necessità di negoziare questo ingresso, di dire "noi lombardi vogliamo delle cose, vogliamo entrare in questa nuova famiglia ma..." . I primi parlamenti unitari sono parlamenti che in qualche modo ancora più che rispondere a logiche di partito, abbastanza labili a quel tempo, rispondono a logiche regionali: c'è la delegazione lombarda, la toscana, napoletana.
Il mito della buona amministrazione asburgica entra un po' in questo gioco. Serve ai lombardi a rivendicare la propria storia, a indicare che questa storia aveva avuto dei punti alti e che li intitolava a richiedere, nella nuova compagine statale dei vantaggi, un trattamento o di favore o comunque non di sfavore, un trattamento migliorativo rispetto ai tempi precedenti. Trattamento sul quale, soprattutto agli inizi, furono abbastanza frustrati.
L'importanza di questo mito della buona amministrazione asburgica va vista soprattutto in questo senso. La realtà è un'altra cosa. La realtà è molto più complicata, più sfaccettata, che non si lascia risolvere nel mito, che lo storico ricostruisce con diverse articolazioni, con diverse sfumature, sulla base dei documenti, dei fatti.
Felix Austria, dunque. "Quelli erano tempi!", si diceva. E si dice ancora. La saggezza della grande Maria Teresa, salita al trono nel 1740, a ventitrè anni, aveva aperto la strada all'Aufklärung, l'illuminismo, aveva dato alla gente la Gemütlichkeit, la serenità. Ressl, come la chiamavano gli amici e i suoi cari, era una donna pia e gentile ma di ferro. Bloccato l'aggressivo Federico di Prussia che puntava a rosicchiarle il regno pezzo dopo pezzo, si era messa a al lavoro per avviare l'Austria sulla strada del futuro. Voleva farne uno Stato forte ma pacifico, ben amministrato, ed era particolarmente attenta alla politica culurale (fu lei a dar vita all'università di Pavia). Poi venne Francesco Giuseppe (chi non ricorda l'immagine severa ma rassicurante del vecchio patriarca?) e continuò quel buongoverno che si estendeva dall'Austria all'Ungheria, dalla Boemia al Lombardo-Veneto.
Quel buongoverno è ancora un mito. Ne parlano non pochi testi di storia e diverse biografie degli Asburgo. A Trieste, città allora particolarmente legata a Vienna economicamente e culturalmente (la psicanalisi, nata nella capitale austriaca, è entrata in Italia dopo essere stata scoperta dalla psichiatria e dalla letteratura triestine) i vecchi "austriacanti" borbottavano, dopo aver sperimentato la nuova amministrazione italiana, "co' jera Austria, assai mejo se stava!". A Cormons, nel Goriziano, ancor oggi c'è l'annuale raduno che raccoglie, sotto le bandiere con l'aquila bicipite, i nostalgici della Felix Austria: ci sono i bisnonni che portano ancora la barba a scopettoni come Cecco Beppe (nomignolo affettuoso o sprezzante, a seconda dei casi), i loro figli con i figli dei figli che mandano al cielo baritonali prosit e jodeln in onore dei sovrani della Gemütlichkeit.
Ma c'è del vero dietro questo mito della buona amministrazione asburgica? Perchè, se nell'impero tutto era rose e fiori, ci furono le Cinque Giornate di Milano? Perchè, dopo la liquidazione del Regno Italico e la Restaurazione delle monarchie precedenti l'era napoleonica (1816) a poco a poco erano cominciati i mugugni antiasburgici, le predicazioni federalistico-autonomistiche di Carlo Cattaneo e le invettive di Cesare Correnti contro Vienna ladrona che lui accusava di vampireggiare fiscalmente il Lombardo Veneto?
Torniamo indietro di centocinquant'anni facendoci accompagnare da Fabio Rugge, professore ordinario di storia dell'amministrazione pubblica presso la facoltà di scienze politiche dell'università di Pavia e membro del Comitato scientifico dell'Istituto per la scienza dell'amministrazione pubblica.
Facciamo il punto della situazione, professor Rugge: vediamo cos'è accaduto dopo quel fatidico 1816 e su cosa si fonda, o non si fonda, questo mito del buongoverno asburgico?
"La realtà, dalla quale proviene la genesi delle Cinque giornate, quella realtà che comincia, dopo la fine dell'impero napoleonico con la Restaurazione
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Maria Teresa, con il marito Francesco I e l'erede al trono
delle dinastie monarchiche precedenti, è fatta di luci e ombre. Con il ritorno degli Asburgo a Milano inizia un clima di attesa. Attesa di un ritorno all'ordine delle cose che durante il periodo napoleonico era stato profondamente scosso soprattutto dallo sgretolamento del sistema feudale. La nobiltà e la possidenza terriera hanno già messo in bilancio la restituzione dei vari previlegi che spettano loro da secoli..."
Fu così?
"In parte. Gli Asburgo organizzarono un sistema amministrativo che teneva conto della modernizzazione realizzata da Napoleone. Dal regno Lombardo-Veneto, che faceva capo al Vicerè e al Governatore, l'amministrazione era distribuita, a scendere, fra le delegazioni (istituzioni simili alle provincie) e i distretti, ai quali facevano capo i commissari. Gli input di questa catena gerarchica partivano ovviamente da Vienna per quanto riguardava i problemi di importanza generale e la politica dell'impero. Ma accanto a questa 'ossatura' Francesco Giuseppe aveva voluto creare degli organi rappresentativi, le Congregazioni, che accolsero soprattutto la nobiltà e la possidenza permettendo quindi una partecipazione al governo dello Stato".
Mi sembra che l'istituzione di queste Congregazioni, anche se dominate dalle classi più previlegiate, siano tutto sommato un esempio di buongoverno o per lo meno di un piccolo passo avanti nell'evoluzione democratica...
"Si può dire. Ma queste istituzioni erano incrinate da due difetti. Primo, la tendenza conservatrice della nobiltà e della possidenza, che portava le Congregazioni a scontrarsi e a bloccare il lavoro di modernizzazione della catena gerarchica facente capo a Vienna; secondo, alla base di questo sistema c'erano le comunità, ossia dei comuni piccoli e medi, i Convocati (un'istituzione voluta dall'imperatrice Maria Teresa) che vedevano tutti i cittadini comuni, purchè iscritti nel registro delle tasse, votare in assemblea per l'elezione del governo locale... una forma di democrazia diretta ben più avanzata di quella portata poi dal regno sabaudo, ma che nobiltà e possidenza considerava eccessiva e opprimente per i proprii interessi. Tant'è vero che il sistema ebbe una correzione nel 1835. Nobili e possidenti si sentivano 'schiacciati' da queste assemblee di popolani nullatenenti o quasi, e perciò il governo allargato votato dagli elettori venne trasformato di punto in bianco in un Consiglio ristretto".
Veniamo alle accuse di Cesare Correnti, a "Vienna ladrona".
"Un'osservazione preliminare. La Lombardia era sicuramente la parte dell'impero più ricca e come tale versava un monte-tasse decisamente maggiore delle altre regioni dell'impero. Ma, attenzione, era anche quella che riceveva di più: diciamo che grosso modo la metà di quello che Milano pagava a Vienna veniva restituito per il reinvestimento in loco (opere pubbliche, potenziamento delle iniziative imprenditoriali e via dicendo). E' d'obbligo una precisazione conclusiva: sulla questione fiscale si deve tener presente che le Congregazioni, ossia nobiltà e possidenti terrieri, tendevano a scaricare il peso della tassazione sulle imposte dirette, cioè sul popolo, alleggerendo il più possibile l'esborso che riguardava le fasce a grande reddito".
E alla piccola gente si faceva pensare che la ladrona fosse Vienna!